"Rendiamo noti due importanti interventi sull'Unità dei Comunisti,, pubblicati sul sito di "Sinistra in rete", che riteniamo possano essere di stimolo per una franca discussione per la crescita di una organizzazione comunista, marxista-leninista, nel nostro paese. Certo alle idee occorrerà presto dare mani e gambe, per agire nel contesto socio politico attuale e arricchire quel partito comunista così necessario a promuovere le lotte per migliorare le condizioni di vita deli lavoratori  e delle classi subalterne, per creare i presupposti per una società  comunista.

Circolo Culturale Proletario di Genova"

 

 

 

 

27 Ottobre 2020

 

marx xxi

Contro “l’unita’ dei comunisti”

di Norberto Natali

Uno stimolante contributo di Norberto Natali che ci auguriamo possa aprire un dibattito a sinistra e fra i comunisti

lenin e rivoluzione“Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono sconfitti. Scoraggiamento, demoralizzazione, scissioni, sfacelo, tradimento, pornografia invece di politica. Si accentua la tendenza all’idealismo filosofico; si rafforza il misticismo come copertura dello spirito controrivoluzionario”.

(Lenin “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” - 1920)

 

Ero un giovanissimo operaio “borgataro”, senza titoli di studio eppure mi risultava semplice leggere Lenin. Perciò lo facevo con avidità: con poche e semplici parole riusciva a farmi comprendere numerose e complicate questioni. Aveva un linguaggio asciutto, incalzante, trascinante nella sua lucidità logica, tanto da dare l’impressione che sapevi sempre cosa fare.

Le aspre ed inedite difficoltà (minimizzo) dei nostri tempi, in Italia, riportano prepotentemente alla mia memoria quelle vecchie letture. Mi viene da pensare che Lenin -parlando di noi, ora- direbbe più o meno: “la questione essenziale è chiara e inconfondibile. Chi ha a cuore la causa del partito comunista -ossia la causa del proletariato, del rilancio vittorioso della lotta di classe, della salvaguardia della pace e della natura, del socialismo- deve necessariamente (prima di tutto) trovare il modo di attingere le proprie forze tra vaste masse proletarie (in particolare giovani) le quali, al momento, non hanno alcun interesse per la lotta politica e ancor meno simpatia per i comunisti”.

Per lo meno ciò è quello che penso e sarò grato a chi mi aiuterà a capire -eventualmente- se sbaglio.

Nel frattempo, questa mi sembra la premessa migliore per affrontare tre problemi concreti.

1) Come facciamo a diventare tanti, molti di più di quanti siamo adesso, nel volgere di alcuni anni? Mi riferisco alla rapida espansione di massa del consenso, alla crescente capacità di interazione con molti gruppi e settori sociali oppressi e sfruttati, ad un incessante e cospicuo proselitismo. In particolare, va centrata la questione giovanile, un vero disastro nell’attuale situazione mentre uno dei nostri obiettivi strategici dovrà essere, invece, la rigenerazione della forza comunista tra la gioventù proletaria odierna e quella futura.

2) Come si fa a realizzare tale prospettiva con gli attuali rapporti di forza? Ossia come andiamo avanti in una situazione che vede la massima disparità tra le nostre disponibilità e le risorse su cui può contare l’avversario. Parlare di comunismo può anche essere facile ma servono capacità scientifica, coerenza strategica e abilità tattica per non essere risucchiati dal minoritarismo o dall’opportunismo.

3) Contro chi vogliamo lottare, chi vogliamo “attaccare”? Questa domanda, apparentemente settaria e cattiva, andrebbe in realtà spiegata per un verso con un richiamo al materialismo dialettico e per l’altro ad una delle principali contraddizioni che hanno generato il bilancio disastroso della sinistra dei nostri tempi. Comunque non ce la possiamo cavare con risposte generiche (ancorchè giuste) tipo l’imperialismo, i poteri forti, i pericoli di guerra; proprio come un dottore non può rispondere ad un paziente che soffre per una determinata malattia dicendo che egli vuole combattere i malanni, in generale. Chi non vuole avere “nemici”, chi non vuole dare “fastidio” a nessuno non può essere un rivoluzionario e non riuscirà mai a far crescere un Partito Comunista.

Si tratta di obiettivi e compiti molto ardui, assai complicati da perseguire: molto difficile poter “spadellare” un piano preciso e definito, senza un approccio scientifico, ossia senza capire perché (e da quando) ci troviamo in questa situazione, come rimuovere le cause che l’hanno generata, come avviare concretamente la risalita dall’abisso (di consenso e di tanto altro) nel quale siamo precipitati.

Si tratta di uno sforzo gigantesco, da affrontare gradualmente, riflettendo (in un primo momento) anche separatamente su lati diversi della questione, a partire dall’analisi della storia recente, fino a definire un programma organico anche di lungo periodo.

Un’impresa che sembra titanica considerando le nostre risorse attuali e che richiede tentativi ed esperimenti, senza escludere eventuali errori, ripensamenti e correzioni.

L’esigenza di un tale, enorme cimento, ha cominciato a delinearsi da almeno un quindicennio (non voglio infierire!): purtroppo (forse a causa della mia disinformazione) non mi sembra di conoscere particolari progetti ed esperienze all’altezza di tali impegni, per lo meno non della dimensione o della qualità sufficienti. Alcune esortazioni alla cosiddetta “unità dei comunisti” mi sembrano più dei tentativi di eludere questi problemi che non un modo per affrontarli e risolverli. Si manifestano, invece, molti tentativi o tendenze che impediscono di affrontare uniti questi compiti che la Storia -“qui e ora” si potrebbe dire- ci pone.

“(…) la funzione degli “intellettuali” consiste nel rendere inutile l’opera di particolari dirigenti intellettuali”.

(Lenin, dal suo scritto contro i populisti).

Per esempio, ci sono quanti si conducono come se i comunisti dovessero necessariamente rimanere (per diversi decenni) un’esigua minoranza, isolata dalle masse e dalla classe e scollegata dalla realtà. A volte lo teorizzano pure, per esempio con idiozie e luoghi comuni quali “la gente è cambiata” oppure “la classe operaia non c’è più” o non è più come una volta e così via.

Si tratta di elementi completamente sopraffatti dall’idealismo e dallo spontaneismo e con loro bisognerebbe ricominciare dai più rudimentali presupposti del materialismo dialettico e di quello storico nonché dall’ABC del patrimonio teorico del marxismo-leninismo e dell’esperienza del movimento operaio comunista internazionale. La mia convinzione è che sarebbe assai più efficace fare ciò con giovani proletari disimpegnati anziché con loro.

Uso volutamente un tono sgarbato per riflettere lo stesso sprezzante snobismo che essi nutrono verso le masse proletarie che considerano viziate, razziste, vili.

Per molti aspetti, la nostra situazione attuale ricorda una grande nave (quella del capitano Schettino?) alla cui estremità, per esempio, scoppia un grave incendio destinato a propagarsi. Ben pochi marinai, però, si avvicinano effettivamente al fuoco e provano concretamente a spegnerlo, mentre la gran parte di loro, invece, si dedica a scrivere libri (o fare discorsi) su come si combattono gli incendi oppure organizzano l’amicizia con altri mezzi navali (che peraltro navigano a gonfie vele), altri ancora si illudono di continuare le attività di un tempo sulla parte opposta della nave, sperando che piova!

Tra le nostre fila disponiamo di grandi “scienziati”. Conoscono tutta la storia, sanno tutto del mondo, quello che dovrebbe fare la Cina (o altre grandi nazioni) e gli “errori” di importanti partiti comunisti esteri: ma non sanno come aggregare due o tre proletari italiani o come capire -non dico prevedere- la vita e gli orientamenti di quelli che vivono anche a un solo chilometro da loro.

La domanda che faccio è: tutti questi sarebbero dei potenziali “quadri” di partito, di un presunto futuro partito, solo perché si tratta di studiosi (sorvoliamo su giudizi di merito) che si dedicano ad attività accademiche?

Gli intellettuali, organici al proletariato e alla sua causa rivoluzionaria, capaci di “tradire fino in fondo” la propria classe di origine, sono ben altra cosa, come ci ha insegnato anche Gramsci. Questa domanda non è oziosa o fuorviante, perché di questi tempi si parla -in vario modo e con diverse declinazioni- di “partito di quadri” ed alcuni manifestano una crassa ignoranza del marxismo-leninismo, confondendo un circolo di intellettuali con il Partito (di quadri).

Inoltre si avanzano curiose teorie su partiti di quadri che dovrebbero avere rapporti (o consensi) molto limitati tra le masse o nella classe oppure dovrebbero esserne del tutto privi. Pur senza velleità accademiche né eleganza letteraria, sorge spontanea una domanda: ma che cazzo di quadri comunisti sarebbero quelli che non riescono a conquistare il consenso tra molti proletari?

“...oggi si pestano l’un l’altro i piedi sognando “l’unità” e risuscitando un cadavere. Il bolscevismo ha posto le fondamenta ideali e tattiche della III Internazionale che è realmente proletaria e comunista…”

(Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky” -autunno 1918)

Già una dozzina di anni fa -ahimè- ebbi modo di dire (in alcuni interventi pubblici) che la cosiddetta “unità dei comunisti” è un imbroglio. Quel precedente è una vera sfortuna, per me, oggi, che essa è diventata l’aspirazione più profonda della grande maggioranza dei pochissimi compagni e compagne rimasti politicamente attivi o impegnati nel dibattito comune.

In questo scritto sarò molto sintetico e non accennerò neanche a molte questioni di importanza pratica ed anche immediata, rinviando -a tale scopo- ad una serie di esperienze storiche cui ho partecipato ed anche a molti scritti più o meno recenti, per esempio l’opuscolo “Per una politica della formazione dei quadri” di dieci anni fa o ai seminari autogestiti tenuti l’anno scorso a Roma: nella relativa pagina fb, oltre a numerose relazioni e documenti, rammento il testo “gli ismi della disfatta”.

Tutto ciò, confermerebbe che non sono affatto insensibile all’anelito di tanti compagni (tutto il contrario) e che propongo delle obiezioni (e ipotesi di soluzione) le quali mirano veramente a realizzare l’unità, nella lotta comune ed organizzata per un fine preciso: riavere in Italia il PCI, più precisamente una grande forza di avanguardia del proletariato, comunista, che sappia affrontare le sfide del futuro come il PCI seppe fare vittoriosamente con quelle della sua epoca.

Per brevità, rimetto a chi legge -un po’ casualmente- alcune obiezioni.

- Come mai tutti gli esperimenti di “unità dei comunisti” o delle sinistre o simili -quanto meno nell’ultimo quarto di secolo- sono miseramente naufragati, hanno prodotto più divisioni di quelle che avevano trovato e causato una notevole perdita di forze e consensi?

Tutti concordano che la “Rifondazione” del 1991 -comunque la si pensi in proposito- è stata la prima e più grande “unità dei comunisti”, dopo lo scioglimento del PCI. In realtà, ce ne sono state molte altre (più limitate e ridotte) fino a tempi molto recenti, di esperienze di questo genere, peraltro alcune sono fallite prima di nascere.

Chi parla di “unità dei comunisti” dovrebbe dare una risposta coerente e convincente (se non scientifica) perché, prima di discutere di questo entusiasmante obiettivo, occorre garantire che non nasconda -più o meno maldestramente o inconsapevolmente- la riedizione di qualcuno dei tentativi suaccennati.

- L’evidenza dimostra che le compagini o i singoli che invocano “l’unità dei comunisti” lo fanno subito dopo una scissione o l’abbandono di una precedente appartenenza (la quale, spesso, era a sua volta un esperimento dello stesso genere).

Ora non voglio invocare l’esercizio dell’autocritica ma sarebbe necessario almeno un minimo di rigore intellettuale nel fare un bilancio delle scelte appena compiute.

Il pericolo che “l’unità dei comunisti” sia una sorta di amnistia o di condono per “coprire” ogni frazionismo o scissione o per evitare bilanci, autocritiche e correzioni, se non addirittura per giustificare trasformismo di vario tipo o gravità, è sotto gli occhi di tutti.

- “Né unità senza princìpi, né teoria fine a sé stessa”. Dovrebbe essere la guida dell’aspirazione di tante compagne e compagni. Ritengo inoltre che l’unità debba realizzarsi innanzitutto tra se stessa e l’identità politica (o gli ideali o il programma).

Può darsi che io commetta un errore ma ho l’impressione che negli ultimi decenni la vicenda che ci riguarda sia stata caratterizzata non solo dalla separazione ma perfino dalla contraddizione tra questi elementi: unità e principi (o teoria, ecc.). Sicché, come in un carosello vertiginoso, abbiamo avuto innumerevoli scissioni (o separazioni o contrasti) per motivi -diciamo così- politici, alternati alla rinuncia o all’abbandono di tali posizioni per inseguire velleità unitarie.

Come in un caleidoscopio, nel quale si vedono sempre gli stessi frammenti ma posizionati in una varietà quasi infinita di combinazioni, continuamente si vedono compagni o raggruppamenti (grandi o piccoli) che cambiano collocazione di volta in volta: quando si dividono da altri lo fanno per motivi politici e poi cambiano queste posizioni (che apparivano in un primo momento discriminanti e permanenti) per unirsi con altri diversi dai primi e così via.

L’unità non può essere antagonista dei principi e viceversa.

In definitiva, bisogna chiarire che “l’unità dei comunisti” non è l’alternativa -o la negazione- della strategia, semmai deve esserne una componente ma non indipendente da essa. La mia impressione (forse fallace) è che da qualche decennio non c’è più strategia per i comunisti, in Italia, e non vorrei che “l’unità dei comunisti” sia solo una ricetta consolatoria per coprirne la mancanza. Chi vuole veramente la nostra unità deve prima impegnarsi nell’elaborazione di una strategia, per il Partito di oggi e del futuro.

Un insieme, spesso confuso o contraddittorio, di tattiche improvvisate non sono una strategia e tanto meno lo sono il ridursi all’autoamministrazione, trascinandosi da un espediente all’altro, da una scadenza all’altra col solo obiettivo di giustificare la propria stanca esistenza. Oppure vogliamo unirci per rimanere pochi, isolati dalle masse e scollegati dalla realtà?

- Noi abbiamo un ben preciso (e ricchissimo) patrimonio storico e teorico, da cui deriva una chiara definizione del concetto di fronte, fronte unito dei lavoratori (o del proletariato) e fronte popolare (antifascista). Essi si inquadrano nella più classica concezione dei vari livelli (quindi delle diverse funzioni e prerogative attribuite a ciascuno di essi, le quali non devono assolutamente essere confuse o invertite tra loro) della politica e della tattica unitaria: unità del Partito (da curare come la pupilla dei propri occhi), unità del movimento operaio, unità delle forze democratiche ed amanti della pace. Tutto ciò si completa -ricorrendo specifiche circostanze- con la politica dei fronti di liberazione nazionale (come fu il nostro CLN) o di unità con settori della borghesia patriottica in contrasto con altri di borghesia imperialista.

La parola d’ordine “unità dei comunisti” è talmente inconcludente da far deragliare in molte occasioni. Non è una questione nominalistica se molti confondono le prerogative e i compiti di unità o fronti, che invece dovrebbero essere ben distinti. Non si può ridurre -solo per fare qualche esempio- la questione del Partito ad una coalizione elettorale né ci si può illudere di conferire ad una tattica unitaria in difesa della pace le prerogative che sarebbero invece appropriate per un fronte unito di classe.

Anche in questo modo, per errori di questo tipo, si generano ulteriormente divisioni e contrasti, nonché fallimenti di vari tentativi unitari (dei quali gli esempi abbondano nell’ultimo quindicennio). Basta osservare gli orientamenti e le discussioni del nostro campo per comprendere che la confusione fra le diverse tattiche, i diversi tipi di alleanze e di unità (e di coalizioni elettorali) è molto diffusa ed è una causa, appunto, di incomprensioni e divisioni.

Solo per fare un esempio, rimane per me un mistero comprendere che cosa si intenda per fronte o “unità delle forze anticapitaliste”. In ogni caso, l’esempio più macroscopico di totale ignoranza della concezione e dell’esperienza comunista delle tattiche unitarie e delle alleanze, fu di coloro che -nel 2008- ebbero il coraggio di dire che il povero “Arcobaleno” era l’equivalente moderno del… Fronte Popolare del 1948!

- Alcune interpretazioni della “unità dei comunisti” più facilone sono anche il portato della progressiva disgregazione e confusione ideologica ed organizzativa di questo quarto di secolo. Per esempio, c’è chi insegue l’utopia di ridurre ad una tutte le sigle in cui c’è la parola “comunista” (senza neanche accorgersi che in alcuni casi essa è il sostantivo mentre in altri, ben diversi, è un aggettivo).

Una simile unità, invece, non c’è mai stata. Solo per parlare dell’Italia, gruppetti “comunisti”, estranei ed ostili al PCI, alla III Internazionale, a Stalin e via dicendo, sono sempre esistiti. Spesso manovrati dagli apparati della provocazione e -alcuni- impegnati nel boicottaggio della Resistenza e poi degli scioperi della CGIL nel dopoguerra.

C’è perfino chi fu tra i promotori della cosiddetta “scissione di palazzo Barberini” (1947) organizzata da Saragat e ordinata da USA e Gran Bretagna per rompere l’unità antifascista ed estromettere comunisti e socialisti dal governo De Gasperi: alludo a qualcuno che ritroveremo, mezzo secolo dopo, tra i dirigenti del PRC.

Pietro Secchia scrisse nel 1944 un apposito articolo su “La Nostra Lotta” (giornale delle Brigate Garibaldi) titolato “Ultrasinistra maschera della Gestapo”; una decina di anni più tardi definì letteralmente “la solita merda anticomunista” un testo di uno di questi gruppuscoli. Peraltro, questi presero un certo vigore dopo il XX Congresso del PCUS (1956) e tra i loro principali animatori c’era Seniga ed altri provocatori e mercenari.

La grande forza e la giusta linea del PCI, però, rendevano quasi invisibili questi gruppuscoli, come il sole -con la sua potente luminosità- rende impossibile scorgere pianetini o altri piccoli corpi celesti che orbitano nelle sue vicinanze. É stato spento il sole e alcuni di noi pensano “all’unità” con quei pianetini invece di impegnarsi a far brillare nuovamente la nostra stella!

Solo la decomposizione ideologica ed organizzativa, la confusione che impera nei nostri giorni, può far pensare a qualcosa che prima nessuno si era mai sognato di ipotizzare, come l’unità con gruppetti che fiancheggiano tutte le aggressioni imperialiste in corso, che hanno sempre fatto della lotta al PCI e all’URSS il loro principale scopo (e continuano a farlo).

Cambiando esempio, nei giorni scorsi le due liste comuniste, in Toscana, hanno preso oltre 30.000 voti, un risultato non scoraggiante e -al tempo stesso- indice di tutta la gravità dell’attuale situazione. Si tratta di poco più della metà dei voti raccolti quaranta anni fa dal PDUP e DP, i cui risultati dell’epoca vengono superati di poco se vi aggiungiamo i voti di un’altra composita lista promossa anche da Potere al Popolo.

Sarebbe positivo ogni eventuale progresso verso l’unificazione dei due partiti che hanno promosso le liste comuniste e ancor più ogni loro rafforzamento e non sarebbe male giungere eventualmente a futuri accordi elettorali anche con l’altra lista.

Tuttavia, il PCI, nella Toscana del 1980, prese da solo quasi 1.200.000 voti (300.000 in più dell’attuale vincitore, il doppio di quelli raccolti oggi da tutte le liste di sinistra più il PD).

La “unità dei comunisti” (ma dovrebbe essere anche con l’altra lista di sinistra?) è per farci compagnia rimanendo più o meno quelli che siamo, cercando di migliorare un po’ le attuali dimensioni, magari con l’ausilio di qualche gruppetto neobordighista, oppure deve essere in funzione di una strategia che punti a riguadagnare la forza e la funzione che fu del PCI e fondata sul presupposto teorico che essa è possibile (nei tempi dovuti) in Italia?

Allora discutiamo ed avviamo la strategia costruendo la più ampia, chiara e duratura unità per essa. L’illusione, invece, di definire una strategia in funzione di una non meglio precisata “unità” è esattamente una delle principali ragioni per cui ci siamo ridotti nelle condizioni attuali e quindi, semplicemente, il tentativo di resuscitare un cadavere anziché trarre tutte le lezioni necessarie dal bilancio della nostra recente storia.

- Infine, c’è la questione che più di ogni altra mostra come le mie osservazioni non siano nominalistiche o questioni di lana caprina: chi riguarda “l’unità dei comunisti”?

Non mi riferisco di nuovo a quanto già accennato nel punto precedente, bensì ad un altro tema: è possibile dare una definizione individuale (estemporanea) del comunista?

Quando si dice romanista o juventino, si possono intendere cose molto diverse e quindi affidarsi al significato che il senso comune gli attribuisce secondo il contesto: si può intendere -per esempio- chiunque si ritiene soddisfatto quando la Roma o la Juventus vincono una partita; oppure, più praticamente, si vuole indicare i tifosi che vanno allo stadio; infine, nel significato più stretto, si allude proprio ai componenti della squadra dai quali dipende concretamente l’esito delle partite e la posizione in campionato, ovvero i calciatori.

Nel linguaggio corrente, si definiscono comunisti tutti quelli che in qualche caso hanno votato per candidati così indicati oppure quanti dichiarano apertamente di esserlo e talvolta sostengono pubblicamente le attività o le posizioni di un partito.

La domanda da rivolgere ai fautori di una non meglio precisata “unità dei comunisti” è se si riferiscono a un partito o ad altro: nel primo caso, ciò sarebbe l’equivalente della squadra di calcio e non dei semplici tifosi (che non intervengono nel determinare l’esito della partita o lo fanno solo indirettamente) o di altri solo astrattamente “affezionati” alla squadra.

Se vogliamo essere nel solco del materialismo dialettico (rapporto tra coscienza e materia) e del marxismo-leninismo la risposta è una sola: in questo specifico caso, i comunisti “sono i calciatori”.

Torniamo alla domanda: come si può definire -individualmente- un comunista? Basta ritenere di esserlo? Qualsiasi persona che si agita contro il governo e il padronato è comunista? Oppure sarebbero comunisti solo coloro che hanno letto Marx, Lenin, Gramsci, ecc.?

Per la nostra filosofia si è ciò che si fa e non ciò che si legge; quindi sarebbe comunista, semmai, chi APPLICA CONCRETAMENTE il contenuto delle opere di Marx, Lenin, Gramsci.

Ci sono milioni di compagne e compagni, spesso analfabeti come i minatori neri sudafricani, tanti nostri Partigiani o contadini cinesi che non dovrebbero essere considerati comunisti (stando alla suddetta ipotesi) dato che quando sono stati EFFETTIVAMENTE combattenti rivoluzionari, militanti dei propri Partiti avevano letto -suppongo- ben pochi libri riguardanti la nostra teoria.

Io stesso, nel mio piccolo, ho cominciato a leggere i nostri classici solo dopo essere diventato militante della FGCI e proprio perché tale. Per non parlare dell’esperienza di un operaio delle officine ATAC Prenestino, a Roma, detto “er pischello” che sarebbe molto indicativa.

Ritengo sia già sufficientemente chiara la “devianza”, anche grave alla fine, che può derivare da confusione o indifferenza rispetto a questo tema.

Anche perché la nostra concezione del Partito è che esso è la fusione del movimento operaio con il comunismo scientifico, mentre con i pericoli degenerativi di cui sopra, si riduce il Partito ad un presunto “comunismo scientifico” il quale, inevitabilmente, deve poi (nel migliore dei casi) dirigere gli operai (ignoranti!) e fargli fare la rivoluzione.

Non è un caso che molti compunti conoscitori italiani di molte opere della nostra letteratura, si dimentichino immancabilmente di una sola paginetta: quella in cui c’è scritto che la liberazione della classe operaia ha bisogno dell’opera della classe operaia stessa!

Ancora una volta si confonde il Partito rivoluzionario del proletariato con un circolo accademico di intellettuali! Perciò, curiosamente, oggi sono idonee a criticare molte posizioni correnti le tesi di Lenin contro il terrorismo, non perché ci sia chi vuole commettere violenze o compiere reati, anzi, tutt’altro! Però la critica alla pratica di fare da soli, di limitarsi a singoli atti fini a se stessi, slegati gli uni dagli altri, adatti anche a gruppi piccolissimi se non a singoli, con il velleitario scopo di accendere l’indignazione dei lavoratori (quando non ce ne sarebbe bisogno, vista la loro esperienza quotidiana) è appropriata anche a molti compagni del nostro tempo, benchè pacifici come innocui curati di campagna!

Senza farla troppo lunga, la tesi che propongo è che l’unica possibilità di definizione individuale, non estemporanea, di comunista è che esso sia il militante di un partito comunista ovvero -in mancanza di questo- di un’organizzazione che lotta per la costruzione (o ricostituzione) del Partito, secondo criteri coerenti con il nostro patrimonio storico e teorico.

Sotto questo profilo, dunque, “l’unità dei comunisti” è… il Partito ovvero (nel nostro caso) la lotta per riaverne uno forte e autentico. Pertanto la parola d’ordine (“unità dei comunisti”) è confusionaria e rischia di provocare danni, perché siamo ritornati nel “regime dei circoli”, contro cui lottava Lenin e in definitiva Gramsci e i fondatori del nostro Partito, perché il “regime dei circoli” è un circo Barnum incapace di essere incisivo o vittorioso.

- Inoltre, simili parole d’ordine inconcludenti a volte si intrecciano con altre ancor più insussistenti e contraddittorie: è il caso (non per niente di origine troschista o semitroschista) di una parola d’ordine ancor più confusionaria e deviante -perciò usata in tante fogge e varianti- quale quella di “unire le lotte” usata spesso dai suoi promotori, senza dirlo, per negare la centralità e la priorità della costruzione del Partito.

Tale parola d’ordine, non a caso, ha un bilancio perfino peggiore di quello “dell’unità dei comunisti”. Perché “unire le lotte” non può essere un’ammucchiata movimentista a cui puntano i teorici di questa linea, così come unire ciò che mangiamo non è l’atto di ingozzarci riempiendo la bocca e l’esofago indiscriminatamente di ogni genere di ingrediente: essa non è solo “mangiare” in continuazione ma è, invece, il processo della digestione e si realizza dunque dandosi un apparato digerente.

È il processo che trasforma i nostri pasti in energia e sostanze ricostituenti per i nostri organi che unisce -ed anzi valorizza trasformandolo- ciò che mangiamo (e non è necessario né utile che sia tanto, anzi è nocivo mangiare per mangiare). Allo stesso modo ad “unire le lotte” -in definitiva- è il Partito che le valorizza trasformandole in mutamento dei rapporti di forza con la classe avversaria.

“L ’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito comunista, riunendo in sè la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato”.

(dall’art. 1 dello Statuto del PCdI del 1921)

All’epoca della Rivoluzione d’Ottobre, gli opportunisti, ovvero gli agenti della borghesia in seno al movimento operaio, per boicottare la grande rivoluzione proletaria dissero che essa non era conforme alle tesi de Il Capitale di Marx (successivamente ripiegarono sulla posizione che questa aveva vinto solo per una combinazione di particolari fattori “locali”).

Perciò il compagno Gramsci scrisse un testo titolato “Una rivoluzione contro il Capitale”. Era una brillante ed acuta difesa dei bolscevichi e -al tempo stesso- anche de Il Capitale, strumentalizzato con interpretazioni ottuse e sterilmente dogmatiche.

Chi scrive, è contro “l’unità dei comunisti” come Gramsci era contro la Rivoluzione dei Soviet (o contro Il Capitale).

Tuttavia, per unire veramente le forze migliori e più coscienti non basta la formula che contesto ma va sostituita (o precisata) con quella di “unità di tutte le forze che lottano per la ricostituzione del PCI”: chi pensa che sia solo un problema astratto o nominalistico non capisce la differenza sostanziale -perfino la contrapposizione- tra le due definizioni. Esse riflettono un’analisi della situazione e della fase, un giudizio sulla nostra storia recente e soprattutto una valutazione delle prospettive, contrapposte ed inconciliabili.

I lunghi cenni su ragionamenti e questioni che ho esposto fin qui richiederebbero quanto meno un’indicazione di proposte e soluzioni concrete (non dico una conclusione) più ampie ed organiche di quelle che si desumono dai diversi argomenti già affrontati. Come ho già scritto, queste sono contenute in molti altri interventi (tra cui alcuni miei) che ho parzialmente indicato sopra e che posso inviare a chiunque sia interessato; soprattutto il mio proposito è contribuire ad un dibattito che può avere una conclusione convincente ed efficace solo se riesce ad impegnare l’intelligenza e la coscienza di quante più compagne e compagni possibile.

In questo senso, sollecito chiunque lo voglia a rivolgermi obiezioni ed anche critiche, senza diplomatismi (anche senza offese, spero) nelle sedi che preferisce.

Siccome ho abusato della pazienza di chi legge, mi limito ad accennare in modo solo sommario a degli obiettivi o proposte di soluzione per i problemi che abbiamo di fronte. Ben consapevole -basta conoscere appena il materialismo dialettico- che non si può indugiare in bizantinismi o velleità ecumeniche: non c’è unità senza divisione o scissione, come non esiste nascita senza lo “strappo” del parto o la possibilità di concepire un nord separatamente dall’esistenza di un sud.

Per questo avere un Partito forte che recuperi tutto il meglio (ed è tanto) della nostra storia è il fine mentre l’unificazione di eventuali raggruppamenti o compagini è il mezzo, non viceversa.

Occorre quindi distinguere tra le diverse organizzazioni che si definiscono comuniste, anche per saper reagire (non l’ho fatto qui solo per non essere più lungo) a quelle posizioni disfattiste che gridano in modo agitatorio ed infondato alle “decine e decine” di partiti comunisti in Italia.

Per fare un solo esempio, ora noi disponiamo di alcuni partiti, fondati in tempi recenti, grazie all’impegno di numerose compagne e compagni. Rinviando ad altro momento l’analisi delle loro differenze e giudizi di merito specifici o il rilievo di limiti e difetti (ma in questo momento possiamo avere un’organizzazione senza limiti e difetti?), respingendo atteggiamenti snobistici o di noncuranza, dobbiamo apprezzare come essi siano -al momento- una risorsa anche preziosa (lo stesso potrebbe valere anche per altri raggruppamenti) per chi ha a cuore l’unità e la lotta per riavere il PCI.

Purché il nome Partito Comunista o Partito Comunista Italiano non sia considerato la definizione di ciò che sono ma l’obiettivo, la prospettiva che si sforzano di realizzare. Ciò meriterebbe il consenso e la solidarietà di tutti noi.

Occorre riprendere un tema già accennato: non può essere definito comunista un individuo bensì un partito. È quest’ultimo che definisce l’identità (comunista) di chi lo compone e non viceversa. Così come è la squadra, dovendo corrispondere a precisi requisiti, che definisce il calciatore mentre un certo numero di persone (amanti o esperte del calcio) che si riuniscono, per esempio, in una pizzeria, non fanno di per sé, solo per questo, una squadra di calcio. Non può esistere un metro per misurare se una singola persona è comunista (neanche se conosce a memoria tutti i libri di Marx e Lenin) mentre esiste, preciso ed infallibile, quello per definire la natura di un partito. Non sono possibili vie intermedie: un partito o è comunista o non lo è, dobbiamo fare piazza pulita di quelli “un po’” comunisti.

Un esempio base (che può essere arricchito o aggiornato dall’esperienza successiva) di come si può verificare l’autenticità di un partito comunista è certamente il succitato art. 1 del Statuto del Partito del 1921. Le varie posizioni che ho criticato fin qui -in ultima analisi, per un motivo o per l’altro- non possono concordare con ciascuno dei principi lì contenuti. Solo per fare due esempi. Il partito comunista è tale quando svolge la funzione di reparto di avanguardia della classe operaia ma -al tempo stesso- è parte integrante di essa e in grado di interagire con la sua maggioranza.

Oppure la sua vita concreta quotidiana scorre su due “binari”: il centralismo democratico, da un lato, e il costruttivo e costante esercizio della critica e dell’autocritica, dall’altro.

Eppure, chi non vuole perdere tempo in discussioni astratte e speculative, deve partire da questo rilievo: fino ad una generazione fa eravamo molto forti e -fino a poco prima- il più grande Partito Comunista dell’occidente, uno dei più forti e prestigiosi al mondo (posizione mantenuta dalla seconda guerra mondiale).

Non è una normale sconfitta, neppure un rovescio, quel che ci è accaduto, considerando quanto siamo pochi, divisi (mi permetto di aggiungere, autocriticamente, anche un po’ confusi), isolati dalle masse e scollegati dalla realtà.

Dopo il 1905, Lenin insistette molto sulla necessità (in certi frangenti storici) di una “scienza della ritirata”. Di essa, nell’ultimo quarto di secolo, non ho avvertito l’esistenza nel nostro paese ma oggi -seguendo l’indirizzo di Lenin- abbiamo bisogno di una “scienza” della rapida (in termini storici) riconquista del consenso e del proselitismo tra le masse proletarie e lavoratrici.

Più precisamente, avremmo bisogno di un primo periodo di rigenerazione, di smaltimento delle scorie ideologiche (e non solo) del quarto di secolo che abbiamo alla spalle e di avvio di un reinsediamento nella classe e tra le masse, riconquistando un collegamento pieno con la società ed i suoi processi.

Successivamente, per un periodo un po’ più lungo, dovremmo passare alla fase vera e propria di accumulazione delle forze. Si tratta, detto grossolanamente, di avviare un “processo di riproduzione allargata” il quale, però, può essere solo l’approdo di un suo inevitabile presupposto che chiamerei:

NEGAZIONE DELLA NEGAZIONE.

È un termine ostico, forse impopolare ma deriva dal cuore della nostra filosofia, è essenziale nella concezione della natura e della storia, cui ha dato un particolare contributo anche Engels e poi Lenin, specie in “Materialismo ed empiriocriticismo”.

La tesi, in breve, è che la negazione dello scioglimento del PCI, la “Rifondazione” -che non è giusto ridurre agli attuali militanti del PRC- è completamente fallita, come negazione, ossia come tentativo di mantenere in vita il PCI o di “rifarlo”.

Quando una negazione fallisce (o è errata) ciò è, per così dire, un “vantaggio” per la realtà che voleva negare: infatti, salvo eccezioni (che confermano le regole) dai primi anni ‘90 fino ad oggi (si potrebbe dire) c’è stata un’interminabile scia di abbandoni della Rifondazione verso l’altra parte, che oggi è il PD (per altri aspetti LeU) con qualche “avanguardia” particolarmente coraggiosa, giunta fino al nuovo partitino di Renzi, oppure altri sono semplicemente tornati alla propria collocazione originaria.

Se vogliamo rimediare a questo fallimento -anche perché lo scioglimento del PCI ha provocato solo guai e danni gravissimi al paese, ai lavoratori, alla sinistra- è necessaria una negazione della Rifondazione (cioè di quella che è fallita) la quale sia tutto il contrario del “ritorno” al PD o della sua semplice scomparsa. Per questo, come è stato fatto in altri momenti storici dal movimento operaio comunista internazionale ed anche in Italia, dobbiamo rompere fino in fondo con gli errori e gli indirizzi inutili degli ultimi decenni.

Questo sforzo, un po’ l’equivalente di quel che è stata la scissione di Livorno e poi la emancipazione del Partito dal bordighismo e di seguito il “partito nuovo” del dopoguerra, non è stato fatto ancora come si deve; non nel modo scientifico ed organico necessario ma riducendosi ad atti parziali, superficiali, transitori.

La negazione della negazione è una precondizione dell’unità, altrimenti questa può risolversi in fallimentari tentativi di resuscitare vecchie esperienze.

Solo per limitarmi ad un esempio, l’ultimo trentennio ha prodotto un tipo di partito-stalattite, direi. Ossia i fattori dei suoi rapporti (non a caso sempre più limitati) con la classe dipendevano dall’alto (come le stalattiti che scendono dalla volta delle grotte): generosi spazi sulla stampa e in tv (soprattutto Bertinotti); finanziamenti pubblici pari all’80-90% delle entrate; gruppi parlamentari e seggi nelle autonomie locali (per non parlare di assessorati e posti di governo) grazie a provvidenziali leggi elettorali e coalizioni, ed altro ancora.

Per motivi che ora non tratto la stalattite è stata tagliata, è a terra e non si rialzerà mai più se aspetta di farlo grazie “al tetto”, come una volta.

Il PCI, invece, per la maggior parte della sua storia è stato un partito-stalagmite (si elevava verso l’alto, alimentandosi dal terreno). Se ha vinto una guerra, ha avuto un giornale tra i più diffusi (quindi spazio sulla stampa e un pochino in tv), dei gruppi parlamentari, delle sedi, tutto ciò se l’è conquistato con le lotte, con la forza e il radicamento nella classe operaia e in certi momenti anche con le armi in pugno.

Senza negazione della negazione, non ci libereremo a sufficienza delle devianze ideologiche e delle illusioni della stalattite. Sembra incredibile ma sono molti più di quanto si creda, tra noi, quelli ancora succubi di tali concezioni. Il nostro futuro, se così posso dire, è nella stalagmite: possiamo ridiventare forti solo ricominciando dalla conquista del consenso e del proselitismo tra i proletari e solo così arriveremo (perchè no?) al momento giusto ad avere gruppi parlamentari, spazi in tv e quant’altro possa servire alle nostre lotte. Per questo deve essere ben chiaro che

L’OSTERIA HA BISOGNO DELLA VIGNA.

Se non si semina, non si coltiva per poi vendemmiare è inutile aprire l’osteria e millantare la bontà dei vini che potremmo servire. I dirigenti della Rifondazione hanno trascurato la vigna perché si sono ubriacati e per molto tempo, altri, hanno continuato a vendere vino ma raschiando, se mi spiego, i barili del PCI, le cantine e le riserve derivanti dalla sua lunga, sofferta e prestigiosa storia.

Ho l’impressione che molti vogliano atteggiarsi ad osti (magari stellati) ma non abbiano alcuna voglia di mettersi gli scarponi e calcare il fango per ridare vita ai filari e produrre l’uva per il nostro vino, prima di incassare i proventi della sua vendita.

Per questo la strategia deve fondarsi sulla capacità di radicamento, reclutamento, orientamento ed organizzazione tra le vaste masse operaie e lavoratrici. Per questo ci vogliono i quadri adatti, una formazione intensa, perché per diventare di più bisogna innalzare enormemente le nostre capacità di interagire con la classe e con le masse conquistando da noi, con il nostro lavoro produttivo diretto (potrei dire) la forza di cui abbiamo bisogno.

Mi viene in mente il compagno Cacciapuoti, quando dirigeva la federazione napoletana nel dopoguerra: se i funzionari del Partito dovevano prendere lo stipendio e la cassa era vuota gli dava i bollini delle tessere, dicendo loro di procurarselo con i versamenti degli iscritti al Partito.

L’esito della negazione della negazione, dunque, fuor di metafora, è la capacità (nelle condizioni dei nostri tempi) di radicamento, proselitismo e conquista del consenso tra le “nuove” masse proletarie cui facevo cenno all’inizio di questo testo. Per arrivarci, con gradualità, realismo ed effettiva capacità unitaria, bisognerà perseguire -questioni che ora non tocco- una svolta che ci permetta di superare l’immobilismo politico e il primitivismo organizzativo i quali -separatamente o variamente dosati tra loro- sono le cause delle nostre principali difficoltà e derivano da una sorta di analfabetismo ideologico di ritorno (o funzionale) cui ho già fatto cenno.

Questo ci aiuterà molto per liberarci dalla stupida guerra di posizione condotta in questi decenni e che ci ha logorato così tanto ricomponendo l’attitudine alla divisione, per così dire, tra lavoro manuale ed intellettuale, ricordando che già Lenin ebbe a scrivere che i bolscevichi sono nati nella lotta anche contro l’anarchismo e il rivoluzionarismo senza partito (e il pensiero di Gramsci coincide pienamente con ciò). Soprattutto dobbiamo puntare uniti alla riconquista di un grande traguardo, ovvero la capacità di agire tutti insieme sulla base del principio che gli interessi (o le motivazioni) di carattere personale, particolare ed immediato sono subordinati a quelli collettivi, generali, di fondo (o di prospettiva) ed anzi i primi si realizzano nei secondi.

Per questa via, anche noi potremo avere la nostra “svolta di Lione”, il nostro partito proletario di tipo nuovo e resistere a questo presente così difficile e fosco, riconquistando con la nostra opera, senza attendere che ce le regali qualcuno fiducia nella lotta e speranza nel futuro.

 

 

Comments   

#1 claudio 2020-10-29 16:28

Per poter crescere occorre prima di tutto fare un po’ di chiarezza sul passato dei fu/partiti nazionali di gran parte del mondo, che hanno sempre continuato a chiamare comunisti, pur essendo partici filo/imperialisti, e soprattutto sul presente degli attuali gruppuscoli sedicenti rivoluzionari e/o della cosiddetta sinistra radicale, nonché di quelli sedicenti internazionalisti, che d’internazionale hanno soltanto il nome. Poi occorre fare chiarezza sulla funzione che hanno molti aspetti della vita sociale nell’attuale sistema: dal calcio alla moda alle nuove tecnologie, dalle religioni ai media, dai sindacati di regime ai partiti politici di governo ed ancor più dell’attuale opposizione di destra, che hanno tutti la funzione di far interessare i giovani ad altro, di distaccare loro in particolare e le masse sempre più impoverite in generale, da quel che conta veramente, cioè dalla militanza politica, intesa come aggregazione in partito delle masse sempre più immiserite, non per contestare il regime, bensì per superare l’attuale sistema capitalistico di produzione, basato sullo sfruttamento della forza-lavoro per accrescere il profitto capitalistico.
Probabilmente in questa vera e propria guerra planetaria all’ideologia borghese, l’attuale crisi economica con annessa crescente disoccupazione e miseria diffusa, aggravata dalla pandemia, può darci una mano a ricondurre i giovani all’essenziale della vita quotidiana, e quindi, alla militanza politica veramente rivoluzionaria, anche se il compito rimane assai arduo.

 

 

( da www.sinistrainrete.info  )

 

 

 

 

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31 Ottobre 2020

 

sinistra

 

L’unità dei comunisti può poggiare su un’unica base: quella del marxismo-leninismo

 

di Eros Barone

 

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«Prima di unirsi, e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente» (Lenin).

 

Abbiamo assistito alla fine di una fase iniziata, almeno in Italia, con il collaborazionismo delle sinistre sedicenti “radicali” (Prc e Pdci) rispetto alla borghesia e la loro progressiva delegittimazione rispetto al proletariato: epoca che si è conclusa con la loro scomparsa dal parlamento. La bancarotta politica, ideologica e morale delle formazioni opportuniste, non meno che la costituzione del Pd, partito della borghesia imperialista, avrebbero dovuto indurre ad una seria riflessione coloro che avevano sopravvalutato il grado di permeabilità di tali formazioni rispetto a posizioni autenticamente comuniste, ossia marxiste-leniniste, e che non si rendono ancora conto che una fase della storia del movimento di classe, legata alla nozione otto-novecentesca di ‘sinistra’, si è definitivamente chiusa.

Ciò è reso ancor più evidente dalla presenza, dentro la ‘sinistra’, di una cultura anticomunista e pro-imperialista sempre più diffusa, che ostacola fortemente lo sviluppo di un metodo e di una teoria capaci di superare il movimentismo e la pura protesta: quel movimentismo e quella protesta che sono, per dirla con Mao Ze Dong, come i palloni che, quando piove, si afflosciano. Quella che il Partito Comunista ha intrapreso è dunque una ‘lunga marcia’ verso i lavoratori, verso le fabbriche, verso gli uffici, verso le periferie, verso le scuole e le università: i tanti luoghi nei quali nessuno sa più quali siano le grandi ragioni di un partito comunista fondato sul socialismo scientifico.

Questa ‘lunga marcia’ va condotta all’insegna della parola d’ordine formulata da un grande dirigente della socialdemocrazia tedesca, un marxista della ‘seconda generazione’, August Bebel, che in questi precisi termini indicò i cómpiti del movimento di classe negli anni Ottanta del XIX secolo: «Studiare, propagandare, organizzare». Il cómpito immediato che ora si pone è quindi quello di lavorare a diffondere tra le masse, un’idea di partito comunista animata dal gramsciano “spirito di scissione”. Un’idea che, fondandosi sull'assunto dialettico che non è solo la classe a creare il partito, ma anche il partito a 'creare' la classe, si esprime nella volontà e nella capacità di tracciare una netta linea di demarcazione che separi nell’economia il lavoro salariato dal capitale, nella società il proletariato dalla borghesia, nella politica i comunisti dalla sinistra, nell’ideologia i rivoluzionari dagli opportunisti. Il Partito Comunista è nato da poco tempo e pian piano si sta sviluppando. Per svilupparsi deve però liberarsi dal pesante retaggio opportunista e revisionista delle precedenti formazioni politiche, tutte di stampo socialdemocratico, da cui è scaturito.

Che la sinistra comunista debba tornare a studiare è stato affermato e più volte ripetuto da parecchi compagni, ed è tanto più necessario quanto più è evidente l’abbandono dello studio e della ricerca che caratterizza la società italiana e le stesse istituzioni (come la scuola e l’università) preposte a tale funzione. Ma allora, se si vuole risalire una china rovinosa, la parola d’ordine da seguire torna ad essere quella formulata più di un secolo fa da August Bebel, grande dirigente della socialdemocrazia tedesca: "studiare, propagandare, organizzare". Dunque, ‘studiare, propagandare, organizzare’, sì, ma con chi? Se dovessi rispondere con paradossale franchezza a questo legittimo quesito, direi: con "Lotta comunista". È questa infatti l’unica organizzazione che abbia raggiunto nel nostro paese la massa critica per potersi definire partito. Ma come accettare ciò che non può essere accettato? Non è possibile infatti accettare né l’irriducibile antistalinismo né la scelta dell’astensionismo strategico, benché la serietà dell’impegno organizzativo, la continuità dell’intervento politico e sindacale, il rigore della elaborazione teorica e la costante propaganda del socialismo scientifico, che caratterizzano tale partito, sùscitino anche in un marxista-leninista un’indubbia ammirazione.

Ma lasciamo da parte "Lotta comunista" (anche se non so fino a che punto si potrà continuare ad ignorare una forza reale come questa, data la sua presenza nelle fabbriche, sul territorio, nel sindacato, nella scuola e nell’università…) e guardiamo all'area marxista-leninista. Ebbene, mi pare difficile negare che il panorama (teorico, politico e organizzativo) sia connotato dalla frantumazione e dalla marginalità. In effetti, come hanno affermato qualche tempo fa Gabriele e Pioppi, tra i fattori oggettivi che ostacolano l’unità dei comunisti occorre richiamare innanzitutto, per le pesanti ripercussioni che questo evento ha determinato sia nelle file del movimento operaio internazionale e dei movimenti di liberazione nazionale sia nei rapporti di forza tra gli Stati su scala mondiale, la sconfitta dell’URSS e di altri paesi socialisti ad opera della borghesia imperialista e dei suoi naturali alleati all’interno di tali paesi, cioè dei moderni revisionisti. Da qui hanno tratto ulteriore forza la spinta verso la ‘reazione su tutta la linea’, fascistizzazione inclusa, e la tendenza alla guerra, che sono connaturate all’imperialismo. Orbene, il processo di socialdemocratizzazione che ha permeato di sé l’intero movimento operaio costituisce un grande ostacolo non solo per l'unificazione dei comunisti sul piano ideologico e organizzativo, ma altresì per la stessa prospettiva rivoluzionaria. Ed è proprio un caso esemplare della conversione dialettica di un fattore soggettivo (la ricerca di una generica identità comunista) in un fattore oggettivo (il blocco della prospettiva rivoluzionaria) quello che risulta dalla rinuncia, parziale o totale, tacita o dichiarata, da parte di un certo numero di gruppi che si ritengono comunisti, alla lotta contro il revisionismo, che è invece un compito integrante e inderogabile dei gruppi che sono comunisti e marxisti-leninisti.

Sennonché il galoppante processo della degenerazione revisionista e liquidazionista del movimento operaio avrebbe dovuto imporre ai comunisti marxisti-leninisti una straordinaria capacità di costituire subito una organizzazione alternativa e di agire, cioè elaborare ed attuare un piano strategico, per polarizzare intorno ad essa la maggioranza del proletariato. Tutta l’esperienza storica del movimento operaio dimostra infatti che, senza una organizzazione rivoluzionaria, la prospettiva della rivoluzione, benché resti iscritta nella dinamica contraddittoria del modo di produzione capitalistico (assieme, per altro, a quella, che gli autori del Manifesto del Partito Comunista non tralasciano di indicare, della “comune rovina delle classi in lotta”), si chiude per un lungo periodo (si pensi al periodo, durato ben 34 anni, compreso tra la Comune di Parigi del 1871 e la prima rivoluzione russa del 1905). Inoltre, occorre sottolineare che alle difficoltà intrinseche al progetto della ricostruzione del partito comunista si somma un’ulteriore difficoltà, rappresentata dallo iato profondo, che segna in questa fase la congiuntura della lotta di classe, fra questione sociale e questione politica (per una ‘metrica’ dei rapporti fra le due questioni si pensi, da un lato, al nesso strettissimo che si pose nel ‘biennio rosso’ e, dall’altro, alla dissociazione che si ebbe negli anni ’30).

Dunque, ciò che risulta con chiarezza è che, in Italia, l’ostacolo politico che sbarra la strada alla ricostruzione del partito comunista è il revisionismo/liquidazionismo. Un grave ostacolo di natura ideologica, che richiede una risposta coerente e sistematica sul terreno del socialismo scientifico, è poi, in un ambiente, quale quello della sinistra italiana, dominato dalla tendenza a rimuovere il conflitto di classe e le concezioni che su di esso si fondano, l’eclettismo, cioè il prodotto della confusione e della disgregazione. Vi è infine un ostacolo di natura teorica, che chiama in causa le capacità di elaborazione, individuali e collettive, dei comunisti: la mancanza di un’analisi scientifica del capitalismo e dell'imperialismo contemporaneo, fondata sulla teoria marxista- leninista. Si tratta di una carenza, per l’appunto di ordine scientifico, che spiega, in larga misura, la debolezza dei comunisti, ossia la loro disomogeneità ideologica e la loro dispersione organizzativa. Ad ogni modo, lo spartiacque che separa i comunisti, che si sforzano di risolvere il problema, oggi politicamente centrale, della ricostruzione del partito rivoluzionario della classe operaia e del popolo lavoratore, dagli opportunisti, che ostacolano tale processo, è la lotta contro l’economicismo. Sia la posizione che, a livello della pratica politica, esclude dal riconoscimento della lotta di classe la necessità della dittatura proletaria (= PCI), sia la posizione che, a livello della pratica organizzativa, scinde la partecipazione al movimento di lotta delle masse dalla ricostruzione del partito (= Centri sociali e aree anarco-riformiste che gravitano su di essi) hanno la stessa radice opportunistica: l’economicismo. Sia la posizione (oggettivistica) che affida al decorso naturale della crisi economica la formazione della coscienza di classe e la conseguente ricostruzione del partito, sia la posizione (soggettivistica) che enuncia la necessità della ricostruzione del partito ma non lavora per tradurla in atto hanno la stessa radice opportunistica, benché l’una moltiplichi le mediazioni e l’altra le abolisca in un colpo solo: l’economicismo (da cui si genera il volontarismo, da cui si rigenera l’economicismo... in una sorta di ‘cattivo infinito’). Così, subordinare il percorso della ricostruzione del partito ad una specie di ‘referendum’ fra le diverse compagini è un modo di vanificare, attraverso una procedura democraticistica, il fine cui si tende, poiché in nessun caso un partito rivoluzionario può nascere da una consultazione (e men che meno da una votazione) fra gl’individui, le compagini e le organizzazioni esistenti. Altrettanto erroneo è il modo di procedere di chi, pur affermando la necessità di ricostruire il partito, confonde, in nome della giusta esigenza di ancorare tale processo alla pratica sociale, l’istanza del partito, cioè della sintesi teorica e politica delle esperienze del movimento di classe, con l’istanza, che è differente sia per grado che per natura, del fronte unico e degli organismi rivoluzionari di massa. In ultima analisi, ciò che i romantici soggettivisti (i quali scambiano i loro desideri con la realtà) e i rinunciatari oggettivisti (i quali scambiano i limiti esistenti con l’impossibilità di agire) non sono in grado di comprendere è il nesso dialettico fra teoria e pratica, fra scienza e programma, fra previsione e volontà: il nesso dialettico in virtù del quale la realizzazione della tendenza oggettiva...dipende dall’azione soggettiva del partito. Tralascio infine la posizione, ad un tempo infantile e opportunistica, di chi, in una fase come quella attuale, in cui si tratta di arrivare a costituire il partito comunista, afferma ciò che è valido per la fase successiva, ossia che “un partito comunista esiste solo se è ben radicato tra le masse ecc.”.

Dal canto mio, sono convinto che oggi più che mai, sia in linea di principio che in via di fatto, non può sussistere alcuna cesura, nel dibattito e nella ricerca che vedono impegnati i comunisti, fra il lavoro teorico, l’analisi della situazione interna e internazionale, i giudizi e gli orientamenti politici relativi ad essa, da un lato, e, dall’altro, le indicazioni organizzative e gli obiettivi di lotta che derivano dall’applicazione di tale lavoro e di tale analisi alla congiuntura attuale dello scontro di classe e, nel contempo, ne garantiscono l’ulteriore sviluppo ed approfondimento. In realtà, la forma-partito non è solo, come ci ha insegnato Lenin, uno strumento fondamentale della lotta che il proletariato conduce per la conquista della maggioranza politica della classe operaia e del popolo lavoratore, per l’abbattimento dello Stato borghese e per l’instaurazione del potere proletario, nonché per la successiva transizione alla società comunista, ma è anche una condizione essenziale della conoscenza che il proletariato acquisisce ed elabora nel corso di questa lotta. Pertanto, chi ritiene che l’unificazione delle analisi e l’approfondimento del dibattito debbano precedere l’unificazione organizzativa (= gruppetti vari di mosche cocchiere) ragiona in modo non dissimile da chi ritiene che la lotta per il socialismo possa essere ingaggiata solo dopo che l’ultimo operaio sia stato conquistato alla causa del socialismo. Parimenti, colui il quale, ragionando in modo eminentemente schematico, sostiene che prima bisogna percorrere “la via all’in su” e dopo “la via all’in giù”, ha perso di vista il grande principio enunciato da Eraclito, fondatore della dialettica, secondo cui “la via all’in su e la via all’in giù è una stessa via” e va percorsa in entrambi i sensi. Nel caso migliore abbiamo a che fare con individui del tutto privi di spirito di partito, nel caso peggiore con individui che tendono a spostare la ricostruzione del partito comunista nella immensa lontananza di un futuro indeterminato. La conclusione che ritengo di poter trarre da questa deprimente rassegna del massimalismo, del velleitarismo, del nullismo, del revisionismo e dell’opportunismo, è che l’unico partito a cui mi sento vicino è il Partito Comunista, in cui si può riconoscere il nucleo embrionale del processo di ricostruzione di una soggettività comunista nel nostro paese.

Per quanto concerne il giudizio sulla recente scissione avvenuta nel PC, riconosco che, dall’esterno (essendo io un “compagno di strada” del PC), non è semplice formulare una valutazione sulle cause e le ragioni di tale scissione, mentre non è difficile prevedere che, a questo punto, la Rete dei Comunisti è il naturale approdo degli scissionisti, ed è scontato che questo raggruppamento, che aderisce alla compagine di Potere al Popolo, tenti di fare campagna acquisti accaparrandosi questo manipolo di giovani. Ritengo però che, per le questioni che investe, per le analisi che implica e per l’orientamento che ne consegue, la lotta politica, ideologica e organizzativa che si è svolta nel ristretto àmbito del Partito Comunista non può lasciare indifferenti tutti coloro che, a vario titolo, sono interessati al rilancio di una prospettiva marxista-leninista nel nostro paese. “Il partito epurandosi di rafforza”: è questo un insegnamento basilare di Stalin, che va tenuto presente. In queste ultime settimane sono state pubblicate le tesi programmatiche ed entro la fine del 2020 dovrebbe tenersi il terzo Congresso Nazionale del PC: questa sarà dunque la sede in cui, applicando correttamente il centralismo democratico, dovrà svolgersi il confronto tra le diverse posizioni e le differenti linee tattico-strategiche, confronto da cui scaturirà la linea generale del partito. Una volta approvata dalla maggioranza dei delegati al congresso, tale linea sarà poi vincolante e obbligatoria per tutti: dirigenti, quadri intermedi e militanti. Mi auguro pertanto che il prossimo congresso ponga le basi della crescita qualitativa del partito, ‘conditio sine qua non’ di una crescita quantitativa della sua influenza, secondo il corretto binomio leninista: partito di quadri / linea di massa. Insomma, riguardo alle "contraddizioni in seno al popolo" che si sono manifestate nel Partito Comunista io non sono pessimista, perché penso che debbano essere inquadrate in un processo oggettivo che tende necessariamente verso la maturazione, ovviamente fra contrasti, scontri e divergenze, di un autentico partito, indipendente marxista-leninista e rivoluzionario, che rilanci l'azione del proletariato anche in un paese politicamente, culturalmente e ideologicamente reazionario, qual è oggi l'Italia. A questo proposito, vi è un passo della hegeliana Fenomenologia dello Spirito (Firenze 1970, vol. II, pp. 117-118) che sembra confortare questa mia interpretazione circa il carattere potenzialmente progressivo che questo tipo di contraddizioni può acquisire, se il processo viene ben governato. Eccolo: "Un partito si comprova come vincitore solo perché si scinde in due partiti; e così mostra di possedere in se stesso il principio che prima combatteva, e di aver quindi tolta l'unilateralità nella quale prima sorgeva. L'interesse che si divideva tra lui e l'altro, cade ora interamente in lui, e dimentica l'altro partito, dacché proprio in questo trova l'opposizione che lo tiene occupato. Ma in pari tempo la discordia è stata elevata al superiore, vittorioso elemento, dove essa si presenta purificata. Cosicché dunque la scissione sorgente nell'uno dei partiti, pur sembrando una disgrazia, indica soltanto la sua fortuna". Si tratta di una visione teleologica, progressiva e positiva, della "negazione dialettica" che supera se stessa e si invera nella "negazione della negazione", ma, come spesso accade leggendo e meditando le pagine di Hegel, si resta colpiti dalla genialità delle sue argomentazioni dialettiche e dalla loro aderenza alla realtà.

L’esperienza storica del movimento comunista internazionale, alla quale i marxisti-leninisti apertamente si ricollegano, ci insegna che i partiti della classe operaia sono sempre stati costruiti sulla base di uno stretto legame dialettico fra l’unità teorica (i fondamenti del marxismo-leninismo) e l’unità politica raggiunta attraverso l’azione. Oggi l’azione deve tendere ad elaborare i primi elementi di una linea politica rivoluzionaria, adeguata all’attuale situazione interna e internazionale (è questo, peraltro, il solo terreno sul quale può crescere e svilupparsi anche la teoria). La prospettiva verso cui tendere è quella dell’unità organica di tutti i comunisti nel partito rivoluzionario, marxista-leninista, della classe operaia italiana: un partito con una linea politica corretta, militanti sicuri, una solida organizzazione, una preparazione teorica e politica ben salda, il quale sappia conquistarsi legami sempre più stretti con le masse. I comunisti devono quindi far propria e applicare nella presente congiuntura la massima leniniana che ho riportato nell’epigrafe di questo scritto: «Prima di unirsi, e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente» (Lenin). Ma qual è il punto archimedico di questa necessaria delimitazione? Credo che non possano esservi dubbi di sorta: esso per un marxista-leninista è l’obiettivo dell’abbattimento rivoluzionario dello Stato borghese e dell’instaurazione della dittatura proletaria quale condizione storicamente necessaria per la costruzione di una società socialista. Questo punto archimedico implica pertanto la rottura col revisionismo sulla questione che è sempre stata decisiva per distinguere un partito rivoluzionario marxista-leninista da una qualsiasi formazione politica riformista o centrista.

Mi sia infine permesso di concludere queste considerazioni, occasionate da un recente articolo del compagno Norberto Natali Contro “l’unità dei comunisti” (‘unità’ non a caso posta fra virgolette), con le parole del più grande fra i nostri maestri: «Il comunismo è una forza sociale materiale, che vince la nostra intelligenza, conquista i nostri sentimenti, salda la nostra coscienza con la nostra ragione, è una catena di cui non ci si può sbarazzare senza spezzarsi il cuore; è un demone di cui l’uomo non può trionfare che sottomettendosi a lui».

 

Comments 

#26 pantaléone 2020-11-06 21:42

Il comunismo è l'abolizione dello Stato del Denaro e di Salarait, categorie di capitale, finché queste categorie rimangono, non c'è comunismo,
Non è grazie alla banda politica, o agli scienziati, che il comunismo si realizzerà.
L'auto-riproduzione del capitale protesta sul nascere o lo recupera, lo rigenera.
L'apertura del possibile e si manifesterà nella crisi finale che sarà l'impossibilità per il capitale di riprodursi. Ecco perché il comunismo in un paese è un'illusione.


#25
 giorgio 2020-11-05 21:29

Marx sosteneva che lo sviluppo delle forze produttive della società era la base necessaria di un progetto di socializzazione che potesse permettere la abolizione dello sfruttamento e del lavoro alienato, se non salariato, grazie alla capacità produttiva raggiunta nella società : dimenticare questo pilastro portante del pensiero che si vorrebbe tradurre in atto produce confusione.
L'unione Sovietica non ha potuto e saputo sviluppare tutte le forze produttive accumulando tuttavia un enorme capitale umano che ha manifestato la sua potenza nelle imprese spaziali e soprattutto nelle capacità scientifiche di cui la Russia oggi continua a giovarsi in campo militare e in alcuni settori di tecnologia( sistema satellitare, tecnologia nucleare e informatica sprecializzata).
La Cina ha percorso lo stesso cammino ma ha applicato pienamente i principi marxiani di sviluppare prima le forze produttive nel percorso verso il socialismo ancorandosi all a saldezza politica del controllo sulla società. Il percorso è stato il medesimo ma ex ante e non ex post è avvenuta la scelta cinese di preparare le condizioni di ricchezza materiale per l'applicazione del socialismo che è risultata di maggior successo per la mancanza di un conflitto permanente e militare con tutti i paesi capitalisti diversamente all'Unione Sovietica.La storia e l'entità dello scontro con i nemici, non la diversità degli obbiettivi,ha segnato l'esito e i percorsi dei due paesi.La cina oggi decide di iniziare il progetto dell'"armonia" e programma la crescita del benessere dei suoi cittadini e lo può fare perchè tutto il potere è concentrato nel partito comunista ancora avanguardia del popolo cinese, ancora inscrivendo nel collettivismo dimostrato a livello planetario con l'eliminazione dell'infezione( invece di preoccuparsi dei capitalisti privati nazionali) la sua profonda origine. La cina non permette ai meccanismi culturali del liberismo e dell' oligarchismo travestiti da democrazia di propaganda dei valori della borghesia di affermarsi e incrinare la solidarietà delle comunità nella società come è avvenuto nel resto del mondo capitalista: questa è la sua colpa per il mondo capitalista.
Se l'obiettivo è quindi condizionato, come ci indicava Marx, dallo sviluppo delle forze produttive allora è dalla conquista del potere politico nel solco della rivoluzione sociale il punto di partenza e di arrivo dell'intervento nella società italiana le cui forze produttive possono essere uno dei perni anche dello sviluppo di un partito rivoluzionario che le sappia separare dall'acqua sporca delle ideologie borghesi combattendone la prevalenza culturale e l'intossicazione comunicazionale senza per questo abolirne la funzione fino al grado di sviluppo che permetta il socialismo descritto da marx.

#24 DomenicoMattiaTesta 2020-11-05 18:20

Gli esperimenti storici del comunismo sono falliti.Dovremmo interrogarci sulle cause che hanno portato forme nuove di capitalismo in Paesi come l'ex URSS e la Cina,per citare i più significativi ed intriganti.Mi lasciano a dir poco perplesso i giudizi di quanti sostengono che in CIna ci sia ancora un sistema economico-politico comunista.Tralasciando la Russia,vistosamente neoliberista,qui,in Cina,abbiamo un capitalismo di stato che ha acuite le differenze sociali tra manager,imprenditori da un lato e operai e contadini dall'altro;essa compete con le altre potenze mondiali non per costruire lo stato guida comunista,ma per giocare un ruolo protagonistico a livello planetario,conquistare sempre nuovi spazi nei mercati dei vari continenti;persegue interessi nazionali che hanno poco a che fare con il comunismo.Neppure le libertà individuali sono garantite.ll nuovo comunismo non può prescindere dai valori di libertà e di uguaglianza.Il comunismo è la ragione stessa della storia,ma il nuovo comunismo è tutto da costruire...Con lo stalinismo ed il maoismo nella complessità del mondo di oggi non andiamo da nessuna parte.

#23 Mario Galati 2020-11-05 17:21

Posso provare a rispondere a Tosolini: forse perché la Cina e il suo partito comunista non sono tenuti a contribuire a mantenere alti i nostri salari a discapito di un miliardo e mezzo di cinesi (i cui salari sono significativamente cresciuti, peraltro. Si informi Tosolini)?
Non sarebbe ora di scendere dalla cattedra, che non ci si addice, e accettare il nostro posto, da asini, sui banchi dei discenti? Non sarebbe ora di smettere di avanzare nei confronti del partito comunista cinese arroganti pretese che celano il nostro tornaconto sotto la veste della lotta per il socialismo?

#22 Alessandro Tosolini 2020-11-05 14:01

[quote name="Fabio Rontini"]Scrive Pietropaolo:
"in base al marxismo leninismo, siete certi di poter bollare la Cina come paese capitalista-imperialista?"

Per quanto riguarda me, per quello che può valere, non ho difficoltà a sostenere che la RPC, non solo è un paese SOCIALISTA al 100%, ma deve essere considerata, dal momento che l'URSS, come sappiamo, non esiste più, il PAESE GUIDA del movimento comunista internazionale. L'incomprensione di questo semplice fatto, che attribuisco ad una subalternità alla narrazione imperialista della "fine della storia", cioè della vittoria definitiva del capitalismo a livello mondiale, procede da un errore, per l'appunto, di tipo opportunista, per cui la struttura economica è tutto e la struttura politica è nulla, e costituisce il più grave impedimento alla costruzione di un partito politico comunista, in occidente, in grado di incidere sui processi in corso.[/quot[censored]

Se la Cina è sto grande paese guida del socialismo, come mai non solo non ha nessun effetto sui padroni nel conferire salari più alti e fare concessioni, non solo non sostiene gli altri partiti comunisti, ma è stata essa stessa partecipe della strategia neoliberista del capitalismo dagli anni 80' fino ad oggi, dando supporto a governi reazionari e contribuendo allo sfruttamento dei popoli in molti paesi (per non parlare del suo)? Spero che con queste domande non vogliamo cavarcela citando il solito mantra della riduzione della povertà e i soliti discorsi dei revisionisti cinesi, che descrivono una realtà completamente all'opposto di ciò che accade in Cina oggi.

#21 Pantaléone 2020-11-03 20:50

Marx ha abolito lo stato razionale di Hegel, non per pura soggettività, ma per il REALE movimento assicurativo del proletariato, ribelle, tutto parte dal movimento reale nell'autocoscienza patrizia e non dalla soggettività. Abbasso il Neo Kantismo! Concretizzazione della coscienza!
L'auto-movimento del proletariato contro il denaro e l'impostura dello Stato,
Quando emerge la coscienza del proletariato è AUTOMOVENTE.

#20 Roccosantagiuliana 2020-11-03 14:56

[quote name="Eros Barone"]Mi scuso con Roccosantagiuliana per il diritto d'autore leso e ringrazio lui e le altre persone finora intervenute per i commenti dedicati al mio articolo.[/quot[censored]
Scuse accettate. Per questa volta eviterò azioni legali............ E grazie per il suo bellissimo articolo. Se suscita così tanti commenti significa che ha colto nel segno.

#19 Eros Barone 2020-11-03 13:21

Mi scuso con Roccosantagiuliana per il diritto d'autore leso e ringrazio lui e le altre persone finora intervenute per i commenti dedicati al mio articolo.

#18 Fabio Rontini 2020-11-03 09:01

[quote name="Roccosantagiuliana"]Faccio notare che "keynesismo pesante" l'ho coniato io, Fabio Rontini mi cita nella sua nota. Pretendo i dritti di autore.....[/quot[censored]

E' vero, non l'ho coniato io, citavo altri.

#17 Roccosantagiuliana 2020-11-02 23:39

Faccio notare che "keynesismo pesante" l'ho coniato io, Fabio Rontini mi cita nella sua nota. Pretendo i dritti di autore.....

#16 Eros Barone 2020-11-02 22:45

Intervenendo con un suo commento in questo dibattito sull’unità dei comunisti, Mario Galati ha segnalato la presenza di un convitato di pietra: il giudizio sulla natura sociale e sulla politica internazionale della Cina. Cerco pertanto di dare la parola a questo convitato, essendo peraltro consapevole che, anche nello stesso àmbito marxista-leninista, esso può parlare linguaggi differenti. Quindi, riguardo alla questione del giudizio sulla Cina reputo che per un’adeguata valutazione occorre comprendere innanzitutto come si è sviluppata la situazione economico-sociale di questo grande paese asiatico. Dopo il XX Congresso del PCUS nel 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, sottopose ad una critica radicale, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo kruscioviano in URSS, definendolo “revisionismo moderno” per distinguerlo dal revisionismo di matrice bernsteiniana e kautskiana. Tuttavia, nel periodo immediatamente successivo alla morte di Mao avvenuta nel 1976, con la liquidazione della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, un nuovo tipo di revisionismo incarnato dall’ala destra del PCC, il cui maggiore esponente era Deng Xiaoping, si manifestò in Cina. Questi, come è noto, elaborò la teoria del “socialismo di mercato”, che è poi quella a cui si sono ispirati tutti i suoi successori (da Yang Zemin a Xi Jinping). I sostenitori di parte comunista delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng alla NEP, la politica economica applicata da Lenin nell’URSS dopo il primo conflitto mondiale e la guerra civile. Questo paragone, però, è fuorviante, perché, mentre la NEP prevedeva limitate concessioni al capitalismo perseguendo l’obiettivo immediato di risollevare l’industria nazionale devastata dalla guerra, mirava ad accumulare le forze necessarie per un balzo in avanti verso il socialismo e – particolare, questo, non marginale – fu attuata nel quadro della dittatura del proletariato tenendo, per così dire, il fucile puntato sulla testa dei capitalisti, in Cina il socialismo di mercato è venuto configurandosi come un processo di transizione dal socialismo ad una sorta di capitalismo, definito giustamente “keynesismo pesante” da Fabio Rontini che ringrazio per i suoi incisivi contributi al presente dibattito. Per quanto riguarda i dati oggettivi che avvalorano tale definizione, non essendo uno specialista mi sono servito delle fonti a me accessibili (Wikipedia, il Centro Studi sulla Cina contemporanea, Cinaforum e, in genere, la Rete), dalle quali risulta che circa il 70% della produzione industriale cinese proviene da imprese non statali, che oltre l’80% della forza-lavoro industriale lavora nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti pubblici. Da tali fonti risulta inoltre che il ritmo di crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quello delle imprese statali, cosicché negli ultimi decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è stato generato da aziende private. Sulla base di questi dati dovrebbe essere palese che, sia pure sotto il controllo del Partito e dello Stato, l’espansione del capitalismo privato in Cina (capitalismo che, in misura molto più ridotta e controllata, per la verità esisteva già nel periodo maoista ed era rappresentato dalla cosiddetta “borghesia nazionale”) è vasta e profonda. Dal canto suo, Galati ha giustamente notato che, da un punto di vista leninista, quello che conta nel formulare il giudizio che qui si discute non è soltanto la struttura economica, ma anche l’orientamento dell’azione politica esplicata dalla Cina. Questo significa adottare il criterio dell’analisi differenziata, riconoscendo la specificità e, in qualche misura, l’originalità del sistema economico-sociale cinese rispetto ad una modellistica schematica e riduttiva che, relegandolo nella hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono grigie”, lo omologa ‘tout court’ alla categoria pura e semplice del capitalismo (con o senza la ossimorica specificazione “di Stato”). D’altra parte, le alleanze internazionali della Cina, orientate verso la Russia e l’Iran, il sostegno prestato a Cuba e al Venezuela, la cooperazione economica con i paesi africani, il progetto denominato “Via della Seta” che coinvolge l’Europa, e in particolare il nostro paese, hanno essenzialmente un carattere economico e un significato difensivo, poiché costituiscono altrettante risposte alla crescente aggressività bellicista, espansionista, protezionista e sciovinista dell’imperialismo americano nei vari scacchieri mondiali. Inoltre, dettaglio questo non da poco, la Cina è finora rimasta del tutto estranea a conflitti militari regionali sia diretti sia per interposta persona, la qual cosa dimostra, fino a prova contraria, l’ispirazione pacifica e progressiva della sua azione politica nel campo delle relazioni internazionali. Insomma, quello rappresentato dal Dragone sembra essere il classico esempio dell’ircocervo, un animale mitologico per metà capro e per metà cervo costruito apposta, con la finezza dialettica propria degli antichi greci, per confondere chi si propone di classificarlo in modo unilaterale: nel nostro caso, a livello fenomenologico e non più mitologico, una formazione socio-economica concreta con una struttura di tipo misto, capitalistica statalistica e cooperativistica, con un potere centrale dirigista e con una politica internazionale progressiva. Dato il ritmo di accelerazione della crisi storica in atto, gli eventi di un futuro non lontano ci diranno se questo equilibrio sia destinato a durare e a consolidarsi senza scosse e senza rotture o se sia destinato a scontrarsi ed infrangersi contro le barriere di marmo dell’imperialismo contemporaneo. Ribadisco allora quanto ho già asserito nel mio articolo, e cioè che il compito dei marxisti-leninisti, che si propongono di costruire il partito comunista, è quello di “studiare, propagandare e organizzare”, con l’umiltà che nasce dalla consapevolezza dei limiti oggettivi e soggettivi ma anche con l’orgoglio di essere gli eredi di una grande tradizione rivoluzionaria, per porsi all’altezza dell’occasione storica importante che si sta delineando: l’unità strategica tra la classe operaia, i lavoratori ed il ceto medio proletarizzato quale leva potente di un cambiamento radicale della società.

#15 Maurizio 2020-11-02 14:26

L'unica proposta/invito di un certo valore è quello sullo studio, studiare perché i padroni stanno 100 anni davanti a noi, alla classe, ai comunisti o presunti tali.
Queste erano parole d'ordine che facevamo nostre 40/50 anni fa all'interno di una fase storica nettamente diversa e ancora oggi evidentemente sono necessarie.
il resto mi sembrano soliti rituali e liturgie.

#14 Fabio Rontini 2020-11-02 09:12

Scrive Roccosantagiuliana: "Una nota a Rontini. La Cina da circa vent'anni ha reintrodotto ... la proprietà privata della terra..." FALSO i terreni agricoli ed edificabili sono rimasti di proprietà dello stato. La terra viene concessa in usufrutto ai contadini o alle cooperative che possono vendere le eccedenze di prodotti ma non possono nè vendere nè affittare i terreni.
"...la libertà di impresa..." FALSO tutte le unità produttive sia di proprietà pubblica che privata sono vincolate, in modo diretto o indiretto, al conseguimento degli obiettivi del piano quinquennale.
"...La Cina è diventata, in tempi brevissimi, una economia keynesiana , diciamo pure di un "keynesismo pesante"." VERO
"...Cosa è rimasto di marxista-leninista nella RPC?..." L'essenziale: la dittatura del proletariato (si veda quanto detto sulla libertà di impresa)
"la collettivizzazione dei mezzi di produzione è il "fondamento" del marxismo , ed in questo caso la Cina lo ha ripudiato" MAI: l'obiettivo dichiarato dell'azione del PCC è sempre rimasto, ribadito e sottolineato, il conseguimento del Comunismo
"..abbandonato nella sostanza anche se mantenuto nella forma..." si tratta di una sua (e purtroppo di molti altri, si veda la narrazione della "fine della storia") interpretazione: il PCC sostiene che alla luce degli sviluppi e delle difficoltà incontrate dalla lotta di classe a livello mondiale, l'obiettivo del Comunismo (la cui realizzazione non può che essere a livello globale) richiederà un tempo di realizzazione più lungo di quanto inizialmente previsto. Mi sembra una valutazione realistica. L'obiettivo della collettivizzazione dei mezzi di produzione in tutto il globo non è stata quindi abbandonata ma solo temporaneamente rimandata.
"... o io non ho capito nulla del marxismo..." non mi sento di escluderlo, anche se a volte si tratta di malafede: il marxismo non è l'attaccamento ad un ideale astratto ma la strategia della vittoria del proletariato mondiale nella lotta contro il capitalismo e l'imperialismo. La Cina negli ultimi 30 anni ha fatto più di qualunque altro paese per mantenere aperta questa possibilità.

#13 romke 2020-11-01 23:43

Dopo aver apprezzato nove volte Stalin ho letto con piacere questo articolo. Ma sono duro di comprendonio e alcuni punti non mi sono chiari. Così aspetto le tesi congressuali che spiegheranno agli operai del PC e di tutto il paese, cosa si intende per alcuni argomenti. Ad esempio, lasciando perdere LC ma allargando il discorso all'ipotesi di un partito rivoluzionario, come si misura la massa critica di un'organizzazione per definirla partito (e rivoluzionario, per giunta)? Barone lo sa, ma non ce lo dice,lo sapremo al congresso. Cordiali saluti.

#12 Roccosantagiuliana 2020-11-01 22:33

Una nota a Rontini. La Cina da circa vent'anni ha reintrodotto proprietà privata del capitale produttivo, proprietà privata della terra, libero mercato, profitti, libertà di impresa. Ha resuscitato e consolidato una classe media e una classe di privati capitalisti. Il tutto naturalmente con una fortissima presenza dello Stato sia come regolatore sia come imprenditore , in un sistema fortemente pianificato. La Cina è diventata, in tempi brevissimi, una economia keynesiana , diciamo pure di un "keynesismo pesante". Cosa è rimasto di marxista-leninista nella RPC? Perchè o la collettivizzazione dei mezzi di produzione è il "fondamento" del marxismo , ed in questo caso la Cina lo ha ripudiato, abbandonato nella sostanza anche se mantenuto nella forma , nella narrazione politica , o io non ho capito nulla del marxismo, ed in questa seconda ipotesi nulla ha capito, mi sembra di poter dire, anche l'autore dell'articolo che stiamo commentando.

#11 Mario Galati 2020-11-01 19:05

"E" senza accento, naturalmente. Preciso che anch'io ho votato PC.

#10 Mario Galati 2020-11-01 19:03

Rontini ha individuato e introdotto nella discussione il convitato di pietra non evocato ma presente: la Cina. Concordo con lui e con Pietropaolo. Proprio perché per unirsi occorre definirsi, come indica la citazione di Lenin in testa all'articolo, e occorre una analisi del momento capitalistico attuale, non si può prescindere dalla Cina e dal suo ruolo storico. È se spirito di scissione deve giustamente essere, che lo sia anche da una certa "subalternità alla narrazione imperialista della "fine della storia", cioè della vittoria definitiva del capitalismo a livello mondiale" e da una visione economicista che svaluta la sfera politica (potere statale del PCC e ruolo internazionale della Cina negli equilibri mondiali politici ed economici (Grande Convergenza)), come dice Rontini.

#9 Fabio Rontini 2020-11-01 14:04

Scrive Pietropaolo:
"in base al marxismo leninismo, siete certi di poter bollare la Cina come paese capitalista-imperialista?"

Per quanto riguarda me, per quello che può valere, non ho difficoltà a sostenere che la RPC, non solo è un paese SOCIALISTA al 100%, ma deve essere considerata, dal momento che l'URSS, come sappiamo, non esiste più, il PAESE GUIDA del movimento comunista internazionale. L'incomprensione di questo semplice fatto, che attribuisco ad una subalternità alla narrazione imperialista della "fine della storia", cioè della vittoria definitiva del capitalismo a livello mondiale, procede da un errore, per l'appunto, di tipo opportunista, per cui la struttura economica è tutto e la struttura politica è nulla, e costituisce il più grave impedimento alla costruzione di un partito politico comunista, in occidente, in grado di incidere sui processi in corso.

#8 Pantaléone 2020-11-01 13:20

Sempre un po' difficile da accettare, un'idea del passato, chi ha mostrato i suoi limiti, e allora? Ritorno a un passato che è andato per sempre.
Il grande problema è sempre la visione ristretta di un'avanguardia di persone il cui ruolo è quello di illuminare le masse e se non possiamo almeno cercare di migliorare il marciume.
Dov'è la coscienza del proletariato? Molto intelligente chi può dirlo.
Torniamo sempre al neud borromeo, lArgento Stato Salario.
Ma naturalmente non esiste la coscienza, eh!

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#7 Edoardo Nannetti 2020-11-01 13:09

[quote name="Raffaele"]Nannetti dacci una traccia tu di linguaggio e prospettiva. Anzi abbozza il prototipo di cio' che bisogna fare. In tanti hanno pensato di disfarsi del marxismo-leninismo piuttosto che rivederlo criticamente per rilanciarlo nei tempi moderni. E mi pare che le abiure, si loro, siano quelle il prototipo di cio' che non bisogna fare..[/quot[censored]
Le abiure sono simmetriche al linguagio e concetti passatisti : entrambi affossano l'idea di un nuovo progetto comunista. Tra questi commenti già DomenicoMattia Testa abbozza cose convincenti. Per proseguire il ragionamento suggerirei la lettura dell'appendice a 'il sarto di Ulm' di Lucio magri: scritta nell'87 ma estremamente attuale per motivare le ragioni di un progetto comunista. Riprendere la stessa paroa 'comunista' è a mio avviso necessario a dfficile e va fatto con molti distinguo. Qui non sono in grado di riassumere Magri, ma se non lo trovi (il libro c'è su internet ma manca proprio l'apendice) sarò felice di mandarti alcune mie 'riduzioni'.

#6 Raffaele 2020-11-01 12:43

Nannetti dacci una traccia tu di linguaggio e prospettiva. Anzi abbozza il prototipo di cio' che bisogna fare. In tanti hanno pensato di disfarsi del marxismo-leninismo piuttosto che rivederlo criticamente per rilanciarlo nei tempi moderni. E mi pare che le abiure, si loro, siano quelle il prototipo di cio' che non bisogna fare..

#5 Luciano Pietropaolo 2020-11-01 12:15

Scrive Rontini:
"L'elefante nella stanza, in questo caso, è senza dubbio il giudizio sulla Cina. Si tratta di un paese capitalista/imperialista oppure di un paese socialista? Mi sembra ovvio che un vero leninista non può accettare delle solizioni intermedie"
Mentre non credo che per un marxista leninista debba valere sempre e comunque il "tertium non datur" , aggiungo che la presenza di tale elefante "in casa Rizzo" (senza offesa! ho votato per esso alle ultime europee) al momento non pare sia in alcun modo percepita. Augurandomi che la percezione avvenga quanto prima, domando: in base al marxismo leninismo, siete certi di poter bollare la Cina come paese capitalista-imperialista? Se sí, ditelo apertis verbis e poi traetene le estreme conseguenze

#4 DomenicoMattiaTesta 2020-11-01 11:53

Il comunismo attualmente è il sogno di minoranze che fanno un discorso autoreferenziale.Se osserviamo lo status del comunismo nel mondo dobbiamo riconoscerne la sconfitta storica e studiarne attentamente le cause.La Cina e la Russia di oggi hanno perduto ogni connotato comunista e non possono costituire dei punti di riferimento per chi crede alla rivoluzione che deve abbattere il mostro capitalista.Giusto partire dal marxismo -leninismo,ma con la consapevolezza che esso è insufficiente a leggere la complessità del mondo globalizzato ed alle prese con la pandemia del coronavirus.Il difficile di oggi è proprio definirsi in rapporto alla complessità per cui si tratta anzitutto di elaborare una nuova teoria del comunismo,capace di leggere i profondi cambiamenti a più livelli,intervenuti tra la fine del Novecento e gli inizi del ventunesimo secolo.Occorrono nuovi paradigmi teorici,politici,culturali .facendo tesoro della lezione della storia e dei classici della rivoluzione comunista/socialista.Lo stalinismo ed il maoismo ne sono stati la negazione...Bisogna costruire un comunismo critico,umanista,ambientalista,dove libertà individuale ed uguaglianza coesistono. Questa è la .sfida di oggi e di domani...

#3 Fabio Rontini 2020-11-01 09:06

Mi sembra chiaro che Barone, qui, si sta rivolgendo al ristretto gruppo dei comunisti militanti e non stà proponendo un linguaggio per rivolgersi alle masse

#2 Edoardo Nannetti 2020-11-01 08:35

Interessante questo articolo come prototipo di cosa non si deve fare e dire per riprendere una prospettiva comunista adeguata i tempi ed alle nuove forme dello sfruttamento. Con questa linea e questo linguaggio la prospettiva comunista non rinascerà mai.

#1 Fabio Rontini 2020-11-01 08:07

Condivido in toto l'analisi dell'autore.
Aggiungo che l'unità dei comunisti marxisti-leninisti passa necessariamente per la soluzione di alcune questioni concrete (concretissime) che a loro volta sottendono, come giustamente fa notare anche l'autore, dei problemi teorici sulla natura del capitalismo (e dell'imperialismo) odierni, che, evidentemente, non sono stati ancora risolti.
L'elefante nella stanza, in questo caso, è senza dubbio il giudizio sulla Cina. Si tratta di un paese capitalista/imperialista oppure di un paese socialista? Mi sembra ovvio che un vero leninista non può accettare delle solizioni intermedie (es. post-capitalista, stato operaio-degenerato ecc.). E mi sembra altrettanto ovvio che l'agognata unità e strategia rivoluzionaria non può essere conseguita senza una presa di posizione netta e chiara su una questione così rilevante (dirimente, sarei per dire).
Un'altra, forse meno pressante ma comunque decisiva, nonchè collegata alla prima, è una spiegazione scientifica (cioè basata sulle cause e non solamente "fattuale") della fine dell'URSS. Si può concordare che essa è stata provocata dall'abbandono del marxismo-leninismo, e perciò dall'opportunismo-revisionismo; ma questa rimane pursempre una descrizione fattuale degli eventi accaduti. Bisognerà anche spiegare PERCHE' la quasi totalità dei partiti comunisti (esclusi, appunto, la cina e l'albania), abbandonarono contemporaneamente la corretta teoria rivoluzionaria.
Senza una comprensione delle cause della nostra sconfitta non sarà possibile trovare la strada verso la vittoria.

 

 

 

( da www.sinistrainrete.info )